Hen – Storia di una gallina: il film che cambia il nostro sguardo sugli animali
Una gallina protagonista assoluta, nessuna intelligenza artificiale e un forte messaggio etico: il backstage del film che sta facendo discutere
Una gallina protagonista, nessuna immagine generata al computer e un messaggio potente sul rapporto tra uomo e animali. Hen – Storia di una gallina arriva al cinema e sorprende con un backstage rigoroso e rispettoso del benessere animale.

Hen – Storia di una gallina: quando il cinema guarda il mondo ad altezza animale
Cosa succede quando il protagonista di un film non è un essere umano, ma una gallina? È la domanda da cui parte Hen – Storia di una gallina, il nuovo lavoro del regista ungherese György Pálfi che sta facendo parlare pubblico e critica. Non si tratta della classica commedia leggera né di un film d’animazione: qui tutto è reale, vivo, tangibile. E proprio questo rende l’esperienza ancora più intensa.
La pellicola segue la vita della protagonista dalla schiusa dell’uovo fino all’età adulta, mostrando il mondo dal suo punto di vista. Una scelta narrativa sorprendente che trasforma una semplice gallina in un personaggio complesso, capace di suscitare emozioni profonde e riflessioni sul nostro rapporto con gli animali. Nel film emergono temi come il benessere animale, il rapporto tra natura e industria e il valore che attribuiamo alle vite considerate “minori”.
L’atmosfera è potente, quasi ipnotica: niente dialoghi tradizionali a guidare la storia, ma immagini, rumori della campagna e silenzi che accompagnano lo spettatore dentro un universo spesso ignorato. Il risultato è un’opera che punta a scuotere le coscienze senza bisogno di effetti speciali spettacolari.
Per chi ama il cinema che osa, ma anche per chi vive quotidianamente accanto agli animali, Hen – Storia di una gallina rappresenta qualcosa di raro: un invito a osservare il mondo con occhi diversi.

Galline vere sul set: il backstage senza intelligenza artificiale
Uno degli aspetti più sorprendenti di Hen – Storia di una gallina riguarda proprio il backstage. In un’epoca dominata da immagini generate al computer e intelligenza artificiale, György Pálfi ha scelto una strada completamente opposta: lavorare esclusivamente con animali reali.
Nel film non è stata utilizzata alcuna gallina creata digitalmente. Per dare vita alla protagonista, infatti, sono state coinvolte otto galline diverse, preparate per mesi prima delle riprese. Ogni animale aveva caratteristiche specifiche: alcune erano più brave a correre, altre a restare ferme, altre ancora a muoversi lentamente davanti alla macchina da presa.
Dietro questo lavoro c’è l’esperienza dell’addestratore Árpád Halász, professionista che ha collaborato anche a produzioni internazionali come Blade Runner 2049 e Poor Things. Il suo approccio, però, parte da un principio preciso: mai forzare un animale.
Le galline, racconta il regista, sono molto più intelligenti e sensibili di quanto si pensi. Ma hanno anche tempi e limiti da rispettare. Potevano restare concentrate sul set solo per pochi minuti consecutivi e la troupe ha dovuto adattarsi completamente alle loro esigenze. Proprio per questo sul set è stato mantenuto un ambiente tranquillo, silenzioso e privo di tensioni.
È interessante notare come il film Hen – Storia di una gallina non utilizzi gli animali come semplici “strumenti scenici”, ma li consideri veri protagonisti da rispettare. Una scelta che rende il messaggio ancora più coerente e autentico.

Cinema, etica e animali: perché questo film farà discutere
Al di là della trama, ciò che rende davvero particolare Hen – Storia di una gallina è il suo forte messaggio etico. Il film mette al centro il tema dell’antispecismo, invitando lo spettatore a interrogarsi sul modo in cui gli esseri umani trattano gli animali destinati all’alimentazione intensiva.
La gallina protagonista smette di essere “prodotto” o “oggetto” e diventa individuo: prova paura, affronta difficoltà, cerca protezione e lotta per sopravvivere. Guardare il mondo dalla sua prospettiva costringe inevitabilmente a cambiare punto di vista.
Nel backstage il regista racconta di aver voluto mostrare una realtà spesso invisibile, fatta di allevamenti intensivi, trasporti estenuanti e sfruttamento animale. Eppure il film evita il tono moralista: preferisce lasciare spazio alle emozioni e alla riflessione personale.
Anche per questo l’opera sta attirando attenzione ben oltre il pubblico amante degli animali. È un film che parla di fragilità, di convivenza e di rispetto, utilizzando il linguaggio del cinema in modo originale e coraggioso.
E c’è un altro elemento che incuriosisce: il contrasto tra la semplicità apparente della protagonista e la profondità delle domande che il film lascia aperte. Chi siamo noi per decidere il valore di una vita? Quanto siamo davvero disposti a metterci nei panni di un altro essere vivente?
Per scoprirlo bisognerà entrare in sala. E forse uscire guardando gli animali con occhi completamente diversi.
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Articolo pubblicato sul numero di giugno 2026
Per approfondire
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