Quanto mi assomiglia… ma non esageriamo!
Quante volte vediamo un animale fare gesti o comportarsi in un modo che ricorda un atteggiamento umano? Succede molto spesso e sempre questo suscita emozioni e anche empatia. Sono simpatici, buffi, oppure ci fanno pensa se la situazione è triste. Normalmente questo non sarebbe un problema, i guai cominciano quando cerchiamo di interpretare tutto il loro mondo esclusivamente in chiave umana. Diamo la parola a Roberto Marchesini, direttore del SIUA per la seconda parte di questa analisi.
Banalizzazione dell’animale
C’è un aspetto che non mi piace nell’antropomorfismo: la “banalizzazione” dell’animale e, più in generale, dell’animalità. Questo dà vita a una serie di problemi che a pioggia investe il nostro rapporto con loro:
- 1) l’infantilizzazione del pet, ossia il vederlo un bambino, con derive relazionali di morbosità, eccessiva protezione, accento sul “dar da mangiare” e sull’oralità del rapporto, in un concorso di azioni sbagliate che hanno gravi ripercussioni sull’identità del soggetto;
- 2) il pietismo, vale a dire l’idea che l’animale sia un’entità esclusivamente da proteggere, con il paradosso di vedere in qualunque forma di collaborazione una sorta di sfruttamento e in un eccesso di atteggiamenti cautelativi, per esempio, la prescrizione a non dire mai di “no” al proprio cane;
- 3) lo sminuire il comportamento sociale e tutto ciò che ha a che fare con la difesa del proprio territorio, l’interazione con altri soggetti della propria specie, la sfera sessuale del comportamento interattivo, etc.
Antropomorfismo imprefetto

Radice comune

Siamo pertanto differenti, perché abbiamo avuto storie evolutive differenti, ma abbiamo una radice comune che non dobbiamo mai dimenticare, perché se è sbagliato antropomorfizzare, è ancora peggio non riconoscere questa comunanza nell’essere animali.
A cura di Roberto Marchesini, direttore SIUA
Foto da Shutterstock.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA
© Riproduzione riservata.







