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Tigna nel gatto: come curarla

di Redazione Quattro Zampe

La tigna nel gatto o meglio, le micosi cutanee del gatto sono da sempre un grande spauracchio che agita i sonni dei proprietari.

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Si manifestano in vari modi, tra i quali il più classico è ben riconoscibile: chiazze rotondeggianti senza pelo, poco pruriginose, talora accompagnate da lieve arrossamento cutaneo.

Purtroppo molte malattie della pelle sono contraddistinte dalla perdita di pelo, e questo complica non poco le cose. Accade con frequenza, infatti, che scatti l’allarme tigna anche in presenza di patologie totalmente diverse, come per esempio alopecie dovute ad autoleccamento su base ansiosa o allergica.

Purtroppo la tigna è molto contagiosa per l’uomo.

Ciò che contraddistingue questa fastidiosa malattia non è tanto la gravità (si tratta pur sempre di una infezione cutanea), quanto l’elevatissima possibilità di contaminazione ambientale, con conseguente aumento delle possibilità di contagio, sia verso gli altri animali che verso i proprietari.Tigna nel gatto

L’infezione si può contrarre in modo diretto (ad esempio accarezzando il micio) o indiretto.

Quest’ultima eventualità è la più frequente a causa dell’elevata capacità dei funghi di colonizzare l’ambiente domestico con le loro spore, estremamente resistenti a tutto, disinfettanti compresi.

Quando veniamo infettati si manifestano lesioni molto tipiche: piccole chiazze rotondeggianti ad anello, più o meno arrossate, screpolate, moderatamente pruriginose.

Come curare la tigna nel gatto

Per la cura del gatto esistono diversi farmaci, sia locali che per uso orale, da usare in abbinamento e per tempi lunghi.

Per la prevenzione bisognerà stare attenti a non far salire il micio su letti e divani, a non tenerlo in braccio, e a lavare con cura stoffe e super ci contaminate.

Nei soggetti a pelo lungo (Persiano) non è raro che un certo grado di infestazione permanga anche dopo l’apparente guarigione (i peli possono restare infestati da spore), per cui la durata della terapia potrà essere particolarmente lunga, per evitare un eventuale contagio dei familiari da parte di un portatore sano.

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A cura di Alessandro Arrighi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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