Cani e gatti dei sindaci, le ordinanze comunali sugli animali

di Stefania Piazzo

Dalle ordinanze anti-sfama randagi bocciate dalla magistratura alle contestate bottigliette d’acqua “lava-pipì”, dai divieti ai circhi con animali all’accesso ai luoghi pubblici: ecco come i primi cittadini concepiscono i diritti degli animali

Comune che vai, ordinanza che trovi.

Il rapporto tra cani, gatti e municipi cambia a seconda della latitudine, della cultura, della sensibilità e, a volte, della lungimiranza e padronanza delle leggi con cui i sindaci, in testa, affrontano il delicato equilibrio della convivenza tra vita urbana e vita animale.

Aree cani? A volte un miraggio, altre volte un esempio di civiltà.

Accesso nei luoghi pubblici? Si va dalla intolleranza, al divieto, alle “porte aperte” negli uffici o nei musei.

Randagi da sfamare? Annosa questione perennemente aperta a colpi di carte da bollo, processi e sentenze del Tar.

In ogni caso, un’ordinanza tira l’altra. Associazioni sul piede di guerra da una parte, amministrazioni locali dall’altra alle prese con l’interpretazione della legge che, volenti o nolenti, individua nel primo cittadino, autorità sanitaria, anche il responsabile dei cani vaganti sul territorio. Passano gli anni, ma le ordinanze si ripetono, identiche o contrarie, tra multe, divieti di attendamenti ai circhi, altra questione calda, piuttosto che bottigliette d’acqua al seguito dei proprietari per sciacquare i selciati imbrattati dalla pipì del proprio beniamino.

Insomma, la convivenza è ardua, fatta di equilibri e suscettibilità che spesso dividono la popolazione. Non è questo un processo ai Comuni o una manichea divisione tra buoni o cattivi, ma è senz’altro la fotografia di un Paese in trasformazione o in “conservazione”, aperto, chiuso o sulla soglia di un cambiamento ineluttabile, che chiama in causa la Cassazione, i Tribunali amministrativi. E pure il Quirinale. Salteremo di “palo in frasca” proprio per dimostrare, con salti temporali, come i problemi siano tutt’altro che risolti. Anzi. A volte… tornano.

A COCULLO SI VIETA IL CIBO AI GATTI RANDAGI

Una delle ultime discussioni arriva dall’Abruzzo. Siamo nel Comune di Cocullo dove nel settembre scorso il sindaco emette l’ordinanza che vieta di somministrare cibo ai gatti randagi “così da fermare il proliferare del randagismo in paese, in particolare, nelle vie del centro storico, dando luogo, a seri problemi di carattere igienico-sanitario”. Multe? Da 25 a 250 euro.

ANCHE A MONTE DI PROCIDA

Ben otto anni prima una medesima ordinanza arriva dal Comune di Monte di Procida. E la Lav, in una nota, nel maggio del 2010, ricorda che il Consiglio di Stato si è pronunciato sul divieto di somministrazione di cibo, annullando l’ordinanza emessa dal sindaco di Galliate (NO), affermando che “nessuna norma di legge, né statale né regionale, fa divieto di alimentare gatti randagi nel loro habitat, cioè nei luoghi pubblici o privati in cui trovano rifugio” e che tale divieto si pone in contrasto con la normativa vigente secondo la quale “lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali d’affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti e il loro abbandono”.

CONTRARI SIA CONSIGLIO DI STATO CHE TAR

Finisce qui? No, anche il Tar della Puglia si è espresso sull’argomento affermando che “la mancanza di cibo può comportare un peggioramento delle condizioni degli animali, tale da determinare una perdita dell’abitudine del contatto con le persone e una contestuale, specie con riferimento ai cani randagi, predisposizione ad aggregarsi in branco creando così un reale pericolo per la cittadinanza“.

TRIBUNALE DI SIRACUSA: “CIBARLI È UN ATTO DI CIVILTÀ”

Ma altri giudici si erano già espressi. “Come stabilito da un’importante sentenza del Tribunale di Siracusa, cibare gli animali randagi non solo non è vietato, ma è da considerarsi un atto di civiltà”, ricorda la Lav. Nella sentenza avversa all’ordinanza di Monte di Procida il giudice aveva scritto: “Eccesso di potere per irragionevolezza”.

FRANCESCA MARTINI: “PRIVARLI È MALTRATTAMENTO”

Perentoria era stata la presa di posizione ministeriale. “Anziché emanare provvedimenti assurdi che privano gli animali randagi del fondamentale diritto all’alimentazione e, quindi, alla sopravvivenza”, scriveva il sottosegretario Francesca Martini, “il Sindaco di Monte Procida dovrebbe preoccuparsi di applicare le norme vigenti in materia di prevenzione del randagismo e di tutela del benessere animale, a partire dall’obbligo di microchippatura dei cani disposto dalla mia ordinanza del 6 agosto scorso (anno 2009, ndr) per implementare l’anagrafe canina e consentire la rapida e sicura rintracciabilità degli animali vaganti sul territorio. Vorrei ricordare al primo cittadino di Monte Procida che le leggi vigenti attribuiscono ai sindaci la responsabilità di raccogliere i cani randagi, curarli, ricoverarli in canile, microchipparli, sterilizzarli e non certo farli morire di stenti. Privare gli animali del sostentamento rientra nel reato di maltrattamento e non risolve il problema del randagismo”.

LAV: ALTRO “DIVIETO” A ROCCA DI CAVE (ROMA)

Tutto chiarito? Affatto. È la Lav a tornare sulla questione del divieto di cibare i cani e gatti randagi ammonendo il sindaco di Rocca di Cave (Roma). La prima ordinanza del settembre 2013 viene revocata dopo diffida nel gennaio 2014. Nel luglio 2015 l’ordinanza viene ripresentata. E la Lav rilancia: “Anziché vigilare sull’osservanza delle leggi e delle norme relative alla protezione degli animali presenti sul territorio comunale di cui egli, ai sensi del Dpr 31 marzo 1979, è responsabile, il sindaco impedisce addirittura la cura e la tutela degli animali”.

Ma la questione, perfettamente centrata, è la seguente: “Ricordiamo che è la sterilizzazione lo strumento realmente efficace per combattere il randagismo e non certo il divieto di somministrazione di cibo agli animali”. Immediata la replica del sindaco sui social: “Rocca di Cave è un paese civile ed educato. Tutti gli animali, compresi i gatti, vengono sfamati, addirittura accogliamo le mucche di notte. C’è stato solo un problema in un luogo specifico che cercheremo di risolvere. Rilassatevi, i gatti mangiano tutto il giorno”.

DIVIETI DAI COMUNI DI PERINALDO E TAORMINA

Due anni prima, nel 2013, ci prova anche il Comune di Perinaldo, vicino a Ventimiglia, a vietare di somministrare cibo. Per i trasgressori scatta la sanzione amministrativa da un minimo di 25 euro a un massimo di 500 euro. Inoltre, i possessori di cani e gatti sono “obbligati a portarsi dietro l’occorrente per il recupero delle eventuali deiezioni”, obbligo civile e incontestabile. Stesso film l’estate dello stesso anno, a Taormina. Questa volta è l’Enpa ad affermare che “il provvedimento non è soltanto illegittimo, perché nessuna norma di legge prevede il divieto di sfamare i “trovatelli”, come ribadito da pronunce dei Tribunali Amministrativi Regionali (ad esempio: Tar Puglia, Sez. Lecce, sent. n. 525/12), ma potrebbe configurare una ipotesi di maltrattamento omissivo, pretendendo di impedire di soccorrere un animale in difficoltà”.

IL TAR DELLA PUGLIA CONTRO IL COMUNE DI BRINDISI

L’anno dopo, nel luglio del 2014, tocca a Brindisi. Il Tar della Puglia dichiara l’illegittimità dell’ordinanza (adottata nel lontano dicembre del 2008) con la quale il sindaco del Comune di Brindisi aveva disposto, nei confronti di tutta la cittadinanza, il divieto assoluto di distribuire e somministrare avanzi alimentari o comunque apposito mangime ai cani e ai gatti randagi, nonché ai colombi, sull’intero perimetro del territorio comunale.

Scrive Rodolfo Murra su “Il Quotidiano della pubblica amministrazione” che, “a fronte del ricorso proposto dalla Lega per l’Abolizione della Caccia, infatti, con sentenza n. 1736 dell’11 luglio scorso, i giudici amministrativi pugliesi hanno osservato che nessuna norma di legge fa divieto di alimentare gli animali randagi nei luoghi in cui essi trovano rifugio e che, anzi, il divieto di deporre alimenti per la nutrizione dei randagi, o che comunque vivano in libertà, contrasta con l’art. 2 della legge n. 281 del 1991 (legge quadro nazionale, dettata a prevenzione del randagismo e a tutela degli animali d’affezione)”.

E addirittura era stato scomodato persino il Quirinale! Già il Consiglio di Stato (sez. III, parere 16 settembre 1997 n. 883), su un ricorso straordinario al Capo dello Stato analogo alla controversia sottoposta ora all’esame del tribunale, aveva avuto modo di precisare che nessuna disposizione normativa vietava alla popolazione di alimentare gli animali randagi”.

Le ordinanze sindacali che vietano di sfamare i randagi sono “contra legem”, perché le leggi vigenti attribuiscono ai sindaci la responsabilità di raccogliere gli animali vaganti, curarli, ricoverarli in canile, microchipparli e sterilizzarli.

ALTAVILLA E L’ABBATTIMENTO DI RANDAGI

Di più. Nel 2010 il Comune di Altavilla Irpina dispose “l’abbattimento dei cani randagi di comprovata pericolosità stazionanti nelle località Madonna del Carmine, Contrada Sassano e altre località per motivi di sicurezza pubblica”.

Alle segnalazioni al ministero della Salute, agli esposti e diffide da tutte le maggiori associazioni animaliste, nonché dall’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), l’amministrazione comunale replicò: “L’ordinanza è stata applicata una sola volta, nel luglio scorso”, spiegò il consigliere delegato Gianluca Camerlengo, “e solo perché tre randagi avevano aggredito alcune persone, tra cui anche una bimba. Nessuna tragedia, ma la paura aveva contagiato tutti, al punto che non fu possibile celebrare la processione della Madonna del Carmine perché quella zona era ormai territorio di quei cani. Da allora nessuna soppressione”.

Camerlengo precisò che l’ordinanza non si prestava a interpretazioni arbitrarie, poiché “il livello di pericolosità di un cane viene attestato dalla Asl e non dall’uomo di strada o dal sindaco”.

L’Anmvi entrò nel merito anche nel 2008 contestando il comune di Campobasso per un’ordinanza affama-randagi: “La piaga del randagismo non si combatte moltiplicando i canili, ma sterilizzando il maggior numero di cani possibile”.

ORDINANZE ANTI-ANIMALISTE CONTESTATE DALLA MAGISTRATURA

Ogni volta che esce un’ordinanza, arriva, prima o poi, il contrordine dalla magistratura. Come ricorda l’Oipa, citando nel luglio scorso l’attesa sentenza del Tar della Puglia che, dopo aver sospeso a suo tempo il provvedimento del sindaco, cinque anni dopo ha annullato l’ordinanza del Comune di Panni, nel Foggiano, con la quale dal luglio 2013 si vietava ai cittadini di sfamare i cani vaganti sul territorio. “Questa vittoria rappresenta un precedente molto importante perché “purtroppo” ciclicamente alcuni Comuni emanano ordinanze non rispettando la tutela degli animali che, di fatto, sono di proprietà del Comune stesso”, commenta l’avvocato Claudia Taccani, responsabile dello Sportello Legale Oipa, “ordinanze come questa sono facilmente impugnabili, perché non sono mai motivate da problemi reali, ma dall’intolleranza verso gli animali randagi”.

DIVIETO DEI CIRCHI CON ANIMALI

Facciamo un altro salto temporale. Ma anche sociale. Perché segno dei tempi che cambiano sono altri divieti. Diversi. E che aprono la porta a nuovi diritti. Come accade nel Comune di Pontecagnano, nel settembre scorso: il sindaco Giuseppe Lanzara dice “No al Circo con animali”, ponendo delle restrizioni legate ad alcune specie. “Io non mi oppongo al circo in quanto tale”, afferma Lanzara, “ma alle barbarie che vengono spesso perpetrate al suo interno. Come primo cittadino e come uomo, continuerò in questa battaglia perché credo fermamente che la tutela degli animali, come pure quella dell’incolumità e della tranquillità della comunità che rappresento, sia una condizione necessaria per testimoniare un impegno a difesa di tutti, indistintamente”.

Circo è maltrattamento. Nel circo spesso si obbligano gli animali a compiere atti innaturali, configurando, il più delle volte, l’ipotesi di maltrattamento. Per fortuna sempre più sindaci stanno vietando questi spettatoli nelle loro città.

DA MANFREDONIA A PARMA

Una strada simile a quella percorsa dal Comune di Manfredonia, nel 2016.

”Per motivi di tutela dell’igiene pubblica, dell’incolumità pubblica e della sicurezza urbana, al fine di prevenire anche emergenze sanitarie”, il sindaco Angelo Riccardi stabilisce che “è fatto assoluto divieto sul territorio comunale di utilizzare ed esporre animali appartenenti a specie selvatiche ed esotiche in attività di spettacolo e intrattenimento pubblico”. E l’ordinanza precisa che sono state recepite le raccomandazioni Cites in merito agli spazi richiesti per il benessere degli animali.

Ma, prima ancora, è Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, nell’autunno 2012, a prendere posizione. E lo fa dopo il caso della giraffa fuggita e investita mortalmente a Imola. “Ai fini della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza è stata emessa una ordinanza sindacale contingibile e urgente (sino al 31 ottobre 2012) vietante, sul territorio comunale, l’utilizzo e l’esposizione di animali – con l’eccezione di quelli domestici o da compagnia – per attività di spettacolo e di intrattenimento del pubblico”. Il circo ricorre al Tar, il Tar dà ragione al primo cittadino.

TANTI ALTRI “STOP” AL CIRCO

E lo stop al circo in città arriva anche nel Comune di Crema. Il sindaco Stefania Bonaldi, siamo nel 2015, vieta agli spettacoli itineranti di esporre animali selvatici e esotici. “Questo nel rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti degli Animali e delle “Linee Guida per il mantenimento degli animali nei circhi e nelle mostre itineranti” emanate dalla commissione scientifica Cites del Ministero dell’Ambiente, oltre che nel rispetto di una serie di leggi e normative per la tutela degli animali”.

BONALDI: “I DIRITTI NON SI NEGOZIANO”

La prima cittadina, determinata più che mai, precisa: “In questi anni la sensibilità nei confronti degli animali è cresciuta enormemente e il mondo circense è chiamato ad adeguarsi. Faccia tutti i passi legali che crede. I diritti non sono materia di negoziato“. Sempre nel 2015 prende posizione anche il Comune di Lanusei. Niente più circo, mostre e vendita di cuccioli di animali, assicurano dal territorio. Così ha deciso il sindaco Davide Ferreli. Basta alla vendita e alle esposizioni di cuccioli di animali d’affezione nell’ambito di mostre, mercati, spettacoli itineranti e altre manifestazioni occasionali, quindi anche il circo, nel territorio comunale di Lanusei, anche se organizzate senza scopo di lucro.

Intanto il Comune di Monza, all’inizio dell’anno, ha abolito il divieto di accesso ai cani nelle aree verdi e l’amministrazione cambia i cartelli nelle aiuole. “Monza ama i cani e i proprietari responsabili”: questo il nuovo messaggio del sindaco Dario Allevi.

BOTTIGLIE D’ACQUA “LAVA-PIPÌ”

Come sempre, la convivenza detta delle regole. Con inevitabile strascico di polemiche.

L’estate 2018 è stata segnata dalla cronaca delle bottigliette d’acqua anti-pipì, poi non rese obbligatorie, a Trieste, ma con multe fino a 250 euro per chi non raccoglie i bisogni del cane. Tanto che addirittura un giovane ingegnere, stanco di dover fare lo slalom in strada, ha infilato tantissimi cartellini bianchi e rossi sulle deiezioni canine in segno di protesta.

Ma il Regolamento per la gestione dei rifiuti urbani e la pulizia del territorio del Comune di Trieste è chiaro e la norma in vigore prevede che i proprietari  di cani e conduttori degli stessi “hanno l’obbligo di impedire che gli animali urinino su portoni, porte, vetrine dei negozi e mezzi di trasporto”.

La questione pulizia è sentita anche altrove, come a Savona (100 euro fissati dal “Regolamento di convivenza civile”) e Genova dove da metà 2018 la bottiglietta d’acqua deve accompagnare il proprietario, pena multe salate.

Anche il Friuli si fa sentire e pretende igiene. Come nel Comune di Muggia, dove nel 2013 è stata emessa un’ordinanza dell’allora vicesindaco Laura Marzi che obbligava il lavaggio delle deiezioni canine.

A TRIESTE “IL BONUS ANIMALI”

Ma Trieste continua a porre gli animali al centro dell’azione amministrativa. È infatti stato istituito un “bonus animali” per le famiglie in difficoltà economiche, per garantire gratuitamente cure veterinarie o forniture di cibo. L’iniziativa, partita nel 2017, tiene conto dell’alta presenza di animali nelle case dei triestini, 22mila cani e 21mila gatti, in pratica, una famiglia su quattro ospita un pet. Il fondo è rivolto a chi ha la pensione minima, ai cassaintegrati, ai redditi Isee zero, in più, gli over 65 possono contare su sconti negli ambulatori convenzionati col Comune. Ma non è finira: c’è anche un bonus di 50 euro mensili per chi adotta un cane anziano.

Aiuti ai pensionati e non solo. A Trieste già dal 2017 c’è il “bonus animali” per aiutare le famiglie non abbienti con pensioni minime, cassintegrati e simili, garantendo gratuitamente cure veterinarie o forniture di cibo.

E non solo. Con l’ iniziativa “Il cane non è un oggetto” Trieste lo scorso gennaio ha pure presentato il calendario contro l’abbandono e a favore delle adozioni. “Il cane non è un oggetto, uno smartphone, un tablet o una bici che si lascia in cantina se ci ha stufato”, ha commentato l’assessore Michele Lobianco, “ma è uno straordinario essere vivente che va amato, accudito quale parte integrante della propria famiglia, e come tale deve essere considerato”. Attenzione particolare va poi fatta nella scelta, ha puntualizzato, per chi vuole un cane, soprattutto in questo periodo, per non alimentare il traffico illegale di cuccioli dall’Est Europa.

C’è da dire che il 2018 non è iniziato affatto male per i diritti degli animali. Se, come abbiamo documentato, il Paese alterna da più di un decennio una incredibile battaglia a colpi di ricorsi legali e si misura ancora con randagismo endemico, abbandoni e rare sterilizzazioni, dall’altra parte c’è una Nazione che è già oltre l’emergenza.

IN UFFICIO COL CANE

Come nel Comune di Genova, che non pensa solo alle bottigliette d’acqua per pulire i bisogni. Elisa Serafini, assessore alla cultura, ha consentito ai dipendenti dell’ufficio cultura di portare il proprio cane in ufficio all’interno di Palazzo Ducale, durante l’orario di lavoro. Lei stessa si accompagna con il suo Benji, un Barboncino che fa compagnia a Pixel, Amelia, Simpson e Gioia. “Portare il proprio cane nel posto di lavoro”, ha detto Serafini, “migliora il clima tra colleghi e induce le persone a non correre a casa per portar fuori il cane”. Resta la condizione che il cane non deve “creare disagio: se c’è qualcuno che ha paura o è allergico, il cane non entra”.

L’INGRESSO NEI MUSEI

Prossima meta: i cani nei musei. Per fortuna possono già entrare in diversi di questi ultimi: Hangar Bicocca e Museo Fermo immagine a Milano; Museo del Cinema, Museo dell’automobile, Palazzo Madama, Giardini Reali, Reggia di Venaria e Palazzo di Stupinigi a Torino e provincia; Parco e museo Foof del cane, a Mondragone, Caserta; Scavi di Pompei; Pinacoteca a Civitanova Marche.

A BOSTON IL CANE SCOVA-TARME

È andata meno bene al cane Gastone al quale, al Museo della Tonnara dei Florio, a Favignana, nei mesi scorsi, è stato vietato l’ingresso. Forse, deve ancora passare qualche tempo perché si arrivi ai livelli di Boston. Nel museo della città, che conserva un quinto dei tesori degli Usa, è stato “assunto” un Weimaraner. Riley, così si chiama, è diventato il nuovo conservatore: “stana tarme”, parassiti e ospiti dannosi che potrebbero danneggiare le opere d’arte. Se la deve vedere con Donatello, Degas e Van Gogh. Ma c’è di più. Già in Pennsylvania il progetto K-9 Artifact Finder impiega i cani per smantellare il mercato illegale dell’arte antica utilizzando il fiuto per riconoscere le opere d’arte rubate. Paese che vai, civiltà che trovi.

Approfondimenti:

Potrebbe interessarti Basta maltrattamenti sugli animali. Il rapporto di Zoomafia.

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