Gianluca Felicetti della LAV: con Green Hill abbiamo vinto ma la lotta continua

di Maria Paola Gianni

Gianluca Felicetti, presidente LAV

In Italia è legge il divieto di allevamenti come Green Hill. Una grande soddisfazione, perché siamo riusciti a salvare 3000 Beagle in due mesi grazie all’azione giudiziaria, dopo che tanti tentativi precedenti si erano infranti contro muri di varia natura e perché quell’ultimo campo di concentramento per cani non potrà più riaprire. Così abbiamo più forza per poter ottenere altri risultati positivi”. A parlare è Gianluca Felicetti, presidente della Lav-Lega anti vivisezione. Da sempre attivo in prima persona contro la vivisezione e contro qualunque forma di sfruttamento animale, ha condotto molteplici campagne, iniziative legali e legislative. È uno dei leader più noti e autorevoli dell’animalismo italiano. Ed ora anche autore, insieme alla biologa Michela Kuan, del saggio appena uscito “Oltre il filo spinato di Green Hill – la vivisezione esiste ancora, come e perché superarla”, edizioni Sonda. “Provo dolore, invece”, aggiunge Felicetti, “perché continuano a esistere altri allevamenti per altre specie e quasi 700 laboratori pubblici e privati dove oltre 800mila animali l’anno continuano a morire fra atroci sofferenze”.

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Gianluca Felicetti, che “diritto” ha l’uomo di abusare della vita di altri esseri viventi?
Nessuno. Possiamo vivere, e bene, senza utilizzare gli animali. E stare meglio, rispettando il loro essere viventi come noi, la loro dignità, il loro diritto a vivere una vita degna di essere vissuta. Peraltro noi possiamo scegliere, a differenza degli altri animali, e ci sono milioni di esempi viventi che già praticano queste scelte. Perché, nel caso di abusi o maltrattamenti, è così difficile far valere i diritti animali su quelli umani? Perché dicono “si è fatto sempre così”, in alcuni casi “è una tradizione”, perché la posizione di dominio fa ricchi alcuni che hanno fatto dello sfruttamento degli animali la loro ragione economica. È difficile per questo. Ma non impossibile. La necessità morale, culturale, politica e giuridica di una rivisitazione del nostro rapporto con gli animali è in atto. Troppo lenta rispetto a quanto vorremmo. Ma è in corso.

Perché si usano a proprio piacimento e consumo vite animali quando la sperimentazione si potrebbe tranquillamente svolgere con tecniche alternative e innocue?
Me lo sono chiesto tante volte. La risposta per me è banale. Perché c’è chi sa fare solo questo. E occupa posti di potere. Quello vero. E poi dice ai politici che senza vivisezione o sperimentazione sugli animali che dir si voglia – peraltro sono in aumento i test più dolorosi e i laboratori autorizzati – non si può stare. E tiene i metodi sostitutivi a livelli quasi di hobby domenicale. Come è stata l’energia solare rispetto ai combustibili fossili fino a che non si sono dati concreti incentivi per i pannelli fotovoltaici e il solare era più sfruttato più in Danimarca che in Italia… Perché la vivisezione è il contrario del metodo davvero scientifico. Non si vuole mettere in discussione. Un esempio di cambiamento concreto? Il divieto di test cosmetici sugli animali in vigore da anni non ha prodotto alcun danno, nè ricoveri ospedalieri. Eppure, e doverosamente, anche una crema di bellezza o uno shampoo devono essere sicuri per la nostra salute. Senza animali, come diciamo non solo si deve, si può. Basta volerlo veramente.

Perché questo libro? Cosa contiene di diverso e di ulteriore rispetto a tutto quello che è stato detto sulla vivisezione?
È un agile manuale per saperne di più su un tema “scomodo” che si ritiene talvolta solo per addetti ai lavori come se noi non fossimo a nostra volta cavie del sistema produttivo o pazienti dell’industria che più della salute è fondata sulla malattia. Il libro è una miscela di informazioni utili e dati alla portata di tutti. Utile quindi per rafforzare le convinzioni di chi è già contro i test su animali, ma allo stesso tempo utilissimo per avvicinare chi rimane scettico, di chi continua a pensare che tutto sommato “meglio loro che noi”. Abbiamo un capitolo anche sui “falsi miti” della necessità di continuare a utilizzare animali e come utilizzare la nuova legge sulla vivisezione entrata in vigore da pochi mesi. E le testimonianze di persone malate che smontano, avendola provata sulla loro pelle, la necessità e la giustezza della sperimentazione sugli animali.

Come definisci la lotta alla vivisezione?
È una lotta per la salute umana, per tutti gli esseri viventi e per affermare il principio che la ricerca non deve più basarsi sulla violenza e sulla sopraffazione, ma su metodi sostitutivi eticamente compatibili e scientificamente attendibili. Non ho mai vissuto la difesa degli animali come una preoccupazione solo nei loro confronti, ma per un cambiamento necessario alla società tutta. Anche salvare un solo animale può dare scopo a una vita. Come dice il Talmud, ad esempio, chi salva una vita (e non specifica di quale specie…) salva il mondo intero.

Come nasce il tuo “matrimonio” con la Lav?
La mia conversione ai diritti degli animali c’è stata quando vidi un manifesto della Lav nel 1979, affisso a Roma, con la foto di un gatto sottoposto a un esperimento. Quell’immagine ha cambiato la mia vita. Ricordo che entrai subito in una cabina telefonica e composi il numero dell’associazione riportato sotto quella foto così inquietante, per chiedere come avrei potuto iscrivermi e dare il mio contributo. Dopo un anno sono diventato vegetariano, parliamo di trentacinque anni fa. Poi nell’ultimo decennio ho fatto la scelta vegana.

Come riesci a sopportare le lungaggini della politica italiana?
La trovo nella sofferenza degli animali: è talmente grande che se mi dovessi spazientire subito, forse non sarei neanche qui.
A chi ti chiede provocatoriamente “ma con tutti i bambini che muoiono di fame, pensi agli animali?”, cosa rispondi?
Con la mia scelta vegetariana e tanto più con quella vegana, contribuisco più io ad alleviare la lotta alla fame nel mondo, piuttosto che chi mi formula una simile obiezione e poi continua a persistere col suo stile di vita energivoro. Oltre a far male agli animali, a causa del tipo di produzione che abbiamo al mondo, continuare a nutrirsi di alimenti animali fa del male anche ai bambini che muoiono di fame.

Quante ore lavori al giorno?
Non lavoro, (sorride, ndr). Ho la fortuna di dedicarmi a quello che amo e in cui credo, a prescindere dal ritorno economico. La mia è stata una scelta consapevole. Nel momento in cui ho avuto l’opportunità di avere un riconoscimento professionale nell’ambito dell’animalismo, ho rinunciato ad oltre la metà del mio stipendio da impiegato di allora per dedicarmi a quello in cui credevo e che mi piaceva. È successo nel 1992, dopo tredici anni di volontariato attivo.

Una valvola di sfogo, quando non ce la fai più?
Mi dedico a una passione che coltivo fin da piccolo, grazie a mio nonno e mio padre. Seguo la Lazio, la mia squadra di calcio del cuore, che rappresenta la più grande polisportiva d’Europa con i colori della Grecia olimpica. E poi la musica, a tutto volume. Per riprendere energie e continuare a lottare per gli animali.

di Maria Paola Gianni

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